porta l'arte-asta-porte-arte-via caprera-2015

Bella l’idea di trasformare porte e finestre dismesse in opere di pittura, scultura, fotografia e installazione: al posto della tela e della tavola tradizionale, il legno scardinato o il vetro rimosso offrono eccezionali supporti ad interventi artistici articolati, vivaci, capaci di stimolare letture ed interpretazioni diverse.
La porta raccoglie in sé, da sempre, una costellazione di simboli e metafore variegate: “luogo” di passaggio, di limite, di confine, diaframma “mobile” di esterno e interno. A noi piace pensare alla porta come ad un “luogo” di attraversamento, avamposto speciale dal quale osservare il mondo e nel nostro caso una porzione speciale di mondo costituita dalle espressioni plurime e diverse dei tanti artisti che si sono cimentati in questa singolare operazione.
A ben vedere ci si trova di fronte a un diorama di linguaggi in cui tecniche e stili concorrono a definire temi e soggetti del contemporaneo. Capita così di schiudere l’uscio su un altrove ricco di suggestioni orientali, di riferimenti bizantini, di intrecci lignei, di inserti e decorazioni auree ( Alma Travaini Aliprandi e Isa Castano) per poi accedere a visioni antitetiche di grafie metropolitane rigorosamente in bianco e nero, di sapore vagamente pop e fumettistico ( Iride Raspone, Giampi d’Andrea, e per certi aspetti anche Martina Toniolo), senza tralasciare le oramai acquisite “culture aerosol” di Marco De Rosa.
Non mancano le incursioni nei territori affascinanti del sogno e della fantasia, popolati da animali e esseri ibridi ( Arcadio Lobato, Francesca Bottecchia, Paolo Melasi), accanto ad immagini imperniate sulle inquietudini, sulle desolazioni, sugli abbandoni e sui pensieri dell’essere umano (Michele Tajarol, Denis Riva, Giovanni Bet). Anche le porte spalancate all’astrazione e all’informale segnico-materico ( Cristina Zanchetta, Sara Marchetto, Chimajarno, Gaz, Sergio Rosolen, Anna Casaburi) destano particolari orizzonti di senso per le fertili combinazioni di impasti, densità e stratificazioni cromatiche, a cui non sono esenti soluzioni aggettanti, tridimensionali di componenti talvolta estranei alla pittura e di squisita manifattura.
Che dire poi della scritta oscena scavata, o meglio, intagliata nel legno da Pierluigi Slis o dei richiami variamente primitivi e ancestrali di Loredana Manfrè o ancora dell’efficace assemblaggio visivo di porte e finestre di Giovanni Da Broi?
Sicuramente un plauso sincero per la polifonia delle voci espressive capaci, nel rispetto dei margini individuali, di varcare ogni soglia: dalla relatività di ogni gesto artistico, nasce l’impegno comune e incondizionato per il Nepal.

Lorena Gava